mercoledì 21 novembre 2007

Al funerale delle Comunità Montane

”Se i criteri introdotti con la Finanziaria 2008 comporteranno la "chiusura" della Comunità Montana dell'Appennino Faentino, è volontà del Consiglio dell'ente - condivisa dai Comuni di Brisighella, Casola Valsenio e Riolo Terme - di dare vita all'Unione dei Comuni che assuma la delega delle gestioni associate oggi affidate alla Comunità Montana nonchè le altre funzioni, in particolare in materia agricola, che fanno capo anch'esse alla Comunità Montana.
Lo sostiene il documento approvato dal Consiglio della Comunità Montana, che pure rinnova la richiesta dello stralcio dell'art. 13 (quello sulla riorganizzazione e soppressione delle Comunità Montane) della Legge Finanziaria 2008, giudicando quella decisione un errore e un grave danno per le aree collinari e montane della nostra Regione”.
Prendo a pretesto il comunicato della Comunità Montana dell’Appenino Faentino per fare alcune considerazioni.
Credo proprio che sia finita. Se alla Camera non ci sarà la volontà di emendare, in Romagna non resterà nemmeno una comunità montana.
A base del famoso D.d.L (Santagata), almeno così c’è l’hanno venduta, ci stanno i costi della politica e cosa sì intenda per “montanità”, ossia quei benedetti 600 slm.
La prima considerazione, è relativa ai cosiddetti “costi della politica”. Il furore giacobino che anima questi tempi, il più delle volte motivato, ma se non si è razionali, si rischia di sproloquiare su tutto e tutti e molte volte non sapendo neppure di cosa si parli!
Per esempio: “Sono d'accordo completamente. Se è vero che le Comunità Montane spendono l'88 per cento del loro budget in gestione e solamente il 12% viene riservato sui cittadini (Fonte Report) è giusto razionalizzare al massimo ed evitare inutili sprechi” scrive Emanale Conti sul suo Blog, si pensi che Emanale è un consigliere della Comunità Montana, recentemente eletto e rappresentante del Comune di Riolo. Non voglio polemizzare, ma voglio ricordare al nostro Emanale, un vecchio proverbio romagnolo: I giurnél, i scrìv i fùrb e i lezz i patèca.(I giornali sono scritti dai furbi e sono letti dagli sciocchi).
E quando si spara nel mucchio, non ci si prende mai e guarda caso, a finire col culo per terra è quasi sempre il più debole della catena.
Le 355 Comunità Montane italiane costano allo Stato meno di 200 milioni di Euro annui, esattamente 187 (8,5% del loro “volume complessivo d’affari”) che servono per il loro funzionamento; di questi solo 70 (3,5%) sono destinati al pagamento delle indennità dei propri amministratori. Questa spesa contro una massa movimentata fra servizi e investimenti (sia in proprio, come agenzie di sviluppo su scala regionale ed europea, che per conto dei comuni membri) che arriva in un anno a superare i 2 miliardi euro!
In soldini questo cosa vuol dire? Vuol dire, ad esempio sul nostro territorio montano, che è la Comunità Montana che ha realizzato: l’elettrificazione rurale, l’acquedottistica rurale, un sistema di viabilità decente, sia comunale, intervallivo e di strade vicinali con relativa manutenzione. Che ha gestito i boschi, metà del territorio è rappresentato da boschi, gestione vuol dire manutenzione, opere colturali, controlli e relativi interventi idraulica forestale per il corretto scolo delle acque. Se Castelbolognese, da molti anni non si allaga più, non è opera del mago Otelma, ma dal lavoro di gestione corretta del territorio che si fa a monte.
Si pensi alla politica degli invasi per l’agricoltura, al sostegno alle aziende agricole, al comparto vigneti – la nostra comunità montana ha più vigneti che tutta la provincia di Rimini.
Mi fermo qui, ma potrei continuare. Sfido chiunque, ha dimostrare il contrario, che la Comunità Montana, come strumento, è stata determinante nella crescita, nello sviluppo e miglioramento della qualità della vita del nostro mondo rurale.
Accomunare i costi della politica, in modo indiscriminato alle Comunità Montana, la ritengo una porcata che il buon Santagata si poteva risparmiare.
Detto questo è anche vero, che non tutte le Comunità Montane hanno prodotto gli stessi risultati. Sprechi, inefficienze esistono. Le Comunità Montane soffrono, come quasi tutti gli altri enti, dei mali prodotto dal sistema politico istituzionale, oramai alla frutta.
Esempio lampante è stato quello che è successo da noi all’inizio dei questo mandato, l’aver fatto la scelta di quasi raddoppiare i consiglieri e gli assessori è stata un bischerata. Motivata, non tanto da un esigenza di funzionalità dell’ente, ma per soddisfare le esigenze dei partiti che devono sventolare tutti le proprie bandierine. Così operando, hanno reso oggi, quasi indifendibile l’ente. Ma questo succede ovunque, non solo nelle Comunità Montane, basi pensare al Governo Prodi che batte tutti i record di ministri e sottosegretari.
Sul concetto di montanità, per come viene semplificato (meglio si direbbe tagliato con l’accetta) in questo D.d.l; nel senso che se anche fosse ragionevole convenire col fatto che dal 1971 ad oggi si è largheggiato nell’attribuzione del requisito di montanità (utile per ottenere l’accesso a certe provvidenze dedicate), tutto d’un tratto non si può neanche prefigurare una inesorabile strozzatura, la cui unica chiave d’accesso sia la media altimetrica (con l’asticella posta sopra i 600 m.s.l.m.) dei territori candidabili.
Primo perché né in Italia, né in Europa l’altitudine geomorfologica del territorio è mai stata considerata il criterio unico per classificarlo. A questo requisito se ne sono accompagnati (opportunamente) anche altri, di una certa rilevanza, quali le condizioni socio-economiche complessive, i ritardi e gli squilibri nei processi di sviluppo, e cosi via, riassunte nei termini di “zone svantaggiate e depresse”.
L’interpretare la “mondanità” solo col metro e un’altra bischerata, con buona pace del Santagata.
Le campane a morte per le comunità montane romagnole sono oramai suonate, la loro difesa sembra inutile e la fossa se la sono scavata tutta. Ma credo che ci troviamo di fronte al classico caso, con l’acqua spoca si butta anche il bambino.
Infatti il funerale avviene nel silenzio più assoluto. Queste considerazioni vogliono solo cercare spargere qualche briciola di verità.
Comunque vada a finire, a rimetterci saranno le nostre aziende agricole. Eppure tutto tace, non so come l’abbiano raccontata agli agricoltori. Agricoltori, strana gente, fanno le barricate contro il Parco, uno strumento per nuove opportunità per loro e il territorio. E non fanno un grinza quando aboliscono un Ente, che nel bene e nel male li ha affiancati e sostenuti per oltre 30 anni.
Un antico modo di dire recitava: scarpe grosse e il cervello fine.
La signora Gulmina oggi, mi ripete in continuazione: non ci sono più le stagione di una volta.
Ma forse anche… le scarpe e…..i cervelli. GPS
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6 commenti:

gsagrini ha detto...

Condivido tutto quello che scrivi. Compreso il riferimento alle Organizzazioni professionali agricole: dispiace constatare che, fino ad ora, non abbiano detto nulla.
Nel documento che abbiamo votato nel Consiglio della Comunità si fa riferimento agli effetti che la perdita del requisito di montanità potrebbe produrre anche sul settore agricolo, ma a quanto pare si preferisce ignorarlo. Li inviterò per parlarne, perché poi non si dica "...non lo sapevamo".
Giorgio Sagrini

Anonimo ha detto...

Siamo in un Paese dove bisogna sempre trovare un capro espiatorio o per consolarsi della vita grama oppure per distogliere l'attenzione dai veri problemi. Gli sprechi certo che ci sono in Italia, peccato che nessuno abbia il coraggio di attaccarli. E allora si inventa la storia che le comunità montane rappresentino l'emblema dei nostri mali, del pane troppo caro, delle poltrone ben retribuite, dei dipendenti pubblici fannulloni, del debito pubblico inarrestabile, dello sperpero del denaro pubblico. Peccato che ai "piani alti della politica" tutti sappiano come vi siano ancora enti funzionanti che attendono di essere chiusi dal 1946, o autorità di cui pochi conoscano l'esistenza, che succhiano risorse davvero inutili più di quanto costano tutte e 355 le comunità montane esistenti. Ma vedrai che con estrema puntualità le comunità montane sotto i 500 metri (tutte che si affacciano sul Golfo degli Aranci come quella dell'Appennino Faentino) saranno soppresse. Perchè è ora di dare l'esempio e di moralizzare la gestione della cosa pubblica!!!!!
E così la montagna (la legittima crociata contro i costi della politica) partorì un topolino (privare territori svantaggiati e in fase di spopolamento ed invecchiamento della popolazione, della presenza di un ente che ha accompagnato in questi 30 anni un loro pur dignitoso sviluppo civile ed economico).
F.G.

Riccardo ha detto...

Personalissimamente e professionalmente parlando sono in totale accordo con te

Sul motto dei giornali forse avrei qualcosina da obiettare... ma non è il post giusto

Conseguentemente a quella tua frase è chiaro che Conti avrebbe per lo meno e coerentemente dovuto non accettare la nomina in Comunità Montana vista la sua posizione contraria

Sul fatto del silenzio, beh, almeno a livello locale non credo che sia proprio così. Sono tre giorni che sui giornali si cerca di dare amplificazione alle posizioni e alle considerazioni degli amministratori

Mi rimane un forte rammarico, anch'esso personale: "spendo" cinque - sei anni per laurearmi, arrivo alla tesi, provo a dare corpo "scientifico" all'importante ruolo delle Comunità Montana come soggetti intermedi tra individuo e società e nel giro di tre anni me le vedo cancellare...

Come si suol dire... tempo e fatica buttati alle ortiche...

Anonimo ha detto...

Leggasi sotto il nome DIFESA D'UFFICIO.

1. non mi faccio condizionare da nessuno
2. che enti come le comunità montane siano uno spreco è sotto gli occhi di tutti
3. visto che si ragiona faccia pure dei numeri. Ma numeri reali.
1. Quanto trasferisce lo stato alle comunità montane?
2. Quanto di questo trasferimento va nella gestione e quindi non solo nelle indennità degli amministratori ma anche in costi di gestione (carta, luce, acqua, gas, affitti, tutto), quanto va nei dipendenti. Insomma quanto dall'intero finanziamento va in mano al cittadini sotto forma di contributi, riassetto del territorio, etc... E non mi dica che la vostra presenza serve per prendere finanziamenti che altrimenti verrebbero persi. Il sunto è che al cittadino va troppo poco quindi l'abolizione delle comunità montane è sacrosanta con il trasferimento delle poche (veramente poche) competenze direttamente alle regioni con le adeguate risorse. Un risparmio immane.
Se poi vogliamo aiutare i cittadini di quelle aree si passerà da bandi regionali per quel territorio e da leggi di agevolazioni fiscali. E senza essere dei geni ci sarebbe un risparmio notevole.

Anonimo ha detto...

W la Regione Emilia Romagna!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Anonimo ha detto...

LE PROVINCE ELIMINARLE, OPPURE UN NUOVO RUOLO, LA REGIONE ROMAGNA
Il Consiglio provinciale ha affrontato oggi un importante dibattito su ruoli, funzioni e prospettive future delle Province come enti autonomi.
I consiglieri del Popolo della Libertà, unitamente al gruppo UDC, non hanno votato il burocratico documento presentato dalla maggioranza di sinistra (PD, Rifondazione comunista, Comunisti Italiani), ma ne hanno presentato uno proprio, articolato e più corrispondente ai bisogni ed alle espressioni della comunità ravennate.
In tema di autonomie locali si deve tener conto del fatto che è in corso una profonda revisione della Costituzione, con l’introduzione del federalismo fiscale che potrebbe essere una rivoluzione nei rapporti fra il centro e la periferia e conseguente disegno rigoroso dei campi e delle aree politiche ed amministrative.
Si dibatte da tempo nel Paese sul ruolo e l’utilità delle province: è necessario quindi, una volta completato il federalismo e valutate le esperienze conseguenti, tenere aperta una porta al riordino complessivo degli enti locali che potrebbe portare ad una diversa dimensione o collocazione delle province, oppure ad una loro eliminazione, così com’è l’impegno individuato nel programma del Partito della Libertà e dell’UDC.
In questo quadro di rinnovamento e generale riordino, il Consiglio provinciale di Ravenna si deve pronunciare sull’istituzione della Regione Romagna, che vorrebbe dire affrancare un vasto e storico territorio dall’oppressione economica e culturale bolognese e modenese.
La creazione della Regione Romagna comporta anche la semplificazione e soppressione delle Province, potendo i Comuni rapportarsi direttamente con l’autorità regionale ed essere maggiormente investiti della funzione di sviluppo e programmazione del proprio territorio.
Infine è necessario uno sforzo univoco nella direzione della riduzione della spesa pubblica, ripensando complessivamente i costi delle istituzioni a tutti il livelli, perché questi hanno raggiunto un tetto insopportabile per un Paese relativamente piccolo come l’Italia, soprattutto se questo si accompagna ad un’inefficienza diffusa.

VINCENZO GALASSINI MASSIMO MAZZOLANI FRANCESCO MORINI